Che la nuova Ktm Duke 200 sia qualcosa di più di un nuovo modello della casa austriaca, lo si capisce già dal fatto che la presentazione ufficiale si sia svolta a nuova Delhi. L’India, con 12 milioni di pezzi venduti nel 2011, è il più grande mercato di motociclette al mondo e a Mattighofen, dove i cervelli sono fini, hanno capito che starne fuori sarebbe come dare un calcio a un’opportunità gigantesca, soprattutto in considerazione della partnership già esistente con Bajaj, che l’anno scorso ha dato vita alla Duke 125.
Ma la Duke 200, progettata in Europa per andare incontro a una nuova tipologia di utenza più pragmatica eppure attenta alla qualità, rappresenta qualcosa di diverso anche dal punto di vista tecnico, soprattutto perché non è la solita cavalcatura di serie B messa insieme utilizzando impianti e particolari tecnici ormai inadeguati per il Vecchio Continente.
La moto, una naked dall’aspetto molto aggressivo che antepone il divertimento e la facilità di guida alle prestazioni pure e all’impegno psicofisico del pilota, è spinta da un motore monocilindrico raffreddato a liquido con testata bialbero a quattro valvole e alimentazione a iniezione elettronica omologato Euro3.
In totale fanno 26 Cv, che uniti a un peso contenuto di 126 kg e a quote ciclistiche sovrapponibili a quella della sorella minore 125 fanno della Duke 200 un giocattolo molto divertente e poco impegnativo, oltre che indicato per i principianti, per le donne e per i motociclisti “di ritorno”.
Il cambio è a sei marce e la dotazione di serie prevede forcella upside-down da 43 millimetri, monoammortizzatore WP collegato a un forcellone pressofuso e impianto frenante sviluppato in collaborazione con Brembo, ma la Duke 200 sarà personalizzabile tramite un nutrito catalogo di parti speciali Ktm. Le ruote sono in lega da 17 pollici, con pneumatico da 150 millimetri al posteriore.
La Duke 200, che verrà venduta in Italia a 4.290 euro, sarà presto affiancata anche dall’attesa versione 350, da cui si attendono prestazioni sensibilmente superiori.
di Stefano Bargiggia
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